“Cicatrici” è un fatto; ci mostra quello che è stato e quello che sarà

Cicatrici non è nato come progetto fotografico. È nato come conversazione. Le prime sette persone le conoscevo. Erano relazioni già esistenti, persone con cui c’era già un livello di fiducia sufficiente per chiedere qualcosa di difficile: mostrarmi una cicatrice fisica e raccontarla. Non ho scelto per categoria, per tipo di ferita, per età o genere. Ho scelto per prossimità e quella prossimità è diventata il metodo. Da lì il progetto si è mosso da solo. Il passaparola ha portato altre persone, che avevano sentito di questo lavoro da qualcuno che vi aveva già partecipato. Alcune si sono fatte avanti mesi dopo, alcune ancora oggi. A oggi sono ventuno le persone ritratte, ma il numero non è mai stato un obiettivo è una conseguenza del processo. Non c’è un tema di cicatrice unico: incidenti, malattie, interventi chirurgici, passaggi della vita. Bambini e persone anziane, uomini e donne. Nessuna categoria, nessuna selezione tematica, solo la disponibilità di chi ha scelto di esserci. La struttura del progetto riflette questo: ogni dittico affianca il volto della persona alla fotografia della sua cicatrice fisica. Non una metafora, non un’evocazione, la cicatrice esatta, nel posto preciso del corpo dove si trova. Accanto, un testo scritto con le parole di chi è stato fotografato: pensieri raccolti in conversazione, lievemente elaborati, lasciati nella loro forma essenziale. Sul set si entrava in un flusso. Chi fotografava ascoltava prima, a volte a lungo, e dava immagine dopo. La luce e l’inquadratura erano conseguenze di quell’ascolto, non un sistema predefinito. Alcune persone non avevano mai mostrato quella cicatrice in modo così diretto. Altre non l’avevano mai raccontata ad alta voce. In quei momenti il segno sul corpo smetteva di essere privato e diventava qualcosa di condiviso, non esposto, ma restituito. Il dittico come forma non è neutro: chiede allo sguardo di fare un movimento, di andare da un volto a una parte del corpo e tornare. In quello spazio tra le due immagini sta il progetto. Non nella cicatrice, non nel ritratto, nel rapporto tra i due. Il progetto è entrato come archivio su L’Œil de la Photographie ed è stato pubblicato sul Corriere della Sera. È attualmente in fase di sviluppo editoriale come photobook.

L’occhio di Nicolò Zorza riesce ad infrangere l’invalicabile mutismo che spesso accompagna l’essere umano di fronte all’elaborazione di una catastrofe personale. “Cicatrici” è un fatto; ci mostra quello che è stato e quello che sarà. Quei corpi bianconero, trasformati dal dolore, ma risorti nella consapevolezza di una nuova bellezza acquisita, assurgono a simbolo di resistenza collettiva. Di fronte alle loro storie, siamo tutti testimoni dell’inevitabile enigma chiamato vita.

– Gianluca De Dominici, fotografo e scrittore, fondatore di The Street Rover